Archivio per il 'Sicurezza'Categoria

I rischi dei farmaci “liberalizzati”

5 Dicembre, 2007

Quando nel luglio 2006 il decreto Bersani aprì la vendita degli OTC (cosiddetti farmaci da banco) nei supermercati e nelle parafarmacie, vi fu una forte opposizione da parte delle associazioni di categoria dei farmacisti, non tanto perché veniva loro sottratta una parte di mercato quanto perché si violava il principio consolidato secondo cui “il farmaco” deve essere venduto attraverso una rete organizzata con regole rigide e sottoposta a una continua attività di controllo.

 La liberalizzazione permessa dal decreto ha creato nuovi posti di lavoro e calmierato i prezzi di alcuni medicinali. Si è però aperta una pericolosa breccia concettuale nel sistema di cautele che deve circondare la vendita dei farmaci, aggravata dall’approvazione nel giugno scorso alla Camera dei Deputati di un disegno di legge che permette a supermercati e parafarmacie la vendita dei medicinali di fascia C con obbligo di ricetta. Tra questi vi sono farmaci come gli antiaggreganti e gli psicofarmaci con possibili pesanti effetti collaterali.

La loro vendita in esercizi sottoposti a minori controlli induce alle più ragionevoli preoccupazioni, considerato il rischio che nelle maglie di un sistema meno rigido si faccia strada la vendita di farmaci contraffatti. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il 7% dei farmaci venduti nel mondo sono contraffatti. Si tratta di falsificazioni spesso scoperte solamente dopo decessi o complicazioni gravi insorte negli assuntori del farmaco falso. Il fenomeno riguarda non solo i paesi in via di sviluppo, ma anche i paesi dell’area occidentale. Un’alta percentuale del traffico è gestita dalla criminalità cinese, che anche nel nostro paese è molto attiva nella contraffazione e nella vendita di merci contraffatte, tanto da aver stretto rapporti operativi con la camorra nel Lazio e in Campania.

A ragione pertanto le associazioni di categoria dei farmacisti si stanno opponendo all’approvazione definitiva del citato disegno di legge sulla base di un progetto che prevede invece un considerevole aumento del numero delle farmacie. Troppo alto è il rischio derivante da una eccessiva liberalizzazione nel settore: al contrario è necessario aumentare i controlli lungo la catena distributiva dei farmaci per salvaguardare la salute dei cittadini.

Articolo pubblicato su E Polis Roma in data 5-12-2007

Evitiamo il ripetersi di tali orrori

8 Novembre, 2007

Tanti cittadini romani hanno ritenuto intollerabile che alcuni politici abbiano parlato di emergenza legata al fenomeno dell’immigrazione rumena dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani, come se si trattasse di un fatto straordinario che ha colto di sorpresa la classe politica. Non si può dimenticare che questo barbaro omicidio è l’ultimo di una serie di crimini violenti commessi nella città. Solo il giorno dopo l’omicidio si sono presi provvedimenti più visibili, sulla base della spinta emotiva, con l’attribuzione ai Prefetti del potere di espulsione dei cittadini comunitari per Tanti cittadini romani hanno ritenuto intollerabile che alcuni politici abbiano parlato di emergenza legata al fenomeno dell’immigrazione rumena dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani, come se si trattasse di un fatto straordinario che ha colto di sorpresa la classe politica. Non si può dimenticare che questo barbaro omicidio è l’ultimo di una serie di crimini violenti commessi nella città. Solo il giorno dopo l’omicidio si sono presi provvedimenti più visibili, sulla base della spinta emotiva, con l’attribuzione ai Prefetti del potere di espulsione dei cittadini comunitari per motivi di pubblica sicurezza e con lo sgombero e l’abbattimento degli insediamenti illegali dei rumeni. Si tratta di provvedimenti utili ma non sufficienti e sicuramente tardivi, anche perché il problema, al contrario di quanto sostenuto dal sindaco Veltroni, non nasce nel gennaio 2007, data dell’ingresso della Romania nell’UE. Da almeno dieci anni le manifestazioni delinquenziali connesse al fenomeno immigratorio hanno assunto caratteristiche strutturali invasive e permanenti e da almeno cinque anni le relazioni delle forze di polizia segnalano la crescente pericolosità della criminalità rumena. Bisogna affrontare il fenomeno criminale non dopo il singolo fatto delittuoso, ma in maniera preventiva attuando un controllo del territorio da parte delle forze di polizia con modalità più incisive di quelle attuali. È ingiustificabile che stazioni ferroviarie come quella di Tor di Quinto, che vede il passaggio di migliaia di cittadini ogni giorno, vengano lasciate prive di un posto fisso di polizia. È ancora più assurdo se si considera che era ben conosciuto che a distanza di pochi metri vi fosse un insediamento illegale di rumeni. Ma il problema di un controllo adeguato del territorio riguarda tutta la città e non solamente il contrasto alla criminalità rumena. I sindacati di polizia lamentano che negli ultimi anni il parco auto e le risorse umane del Reparto Volanti sono diminuiti del 50%. Secondo tali dati a Roma per ogni turno sono in servizio solo 13 volanti, in alcuni giorni anche meno. Si tratta di dati clamorosi, che confermano gravi lacune nel sistema di prevenzione, su cui è necessario intervenire subito per evitare il ripetersi di altri orrori.Articolo pubblicato su E Polis Roma in data 7-11-2007 

Immigrati, una risorsa preziosa

23 Ottobre, 2007

Il dibattito sulla presenza degli immigrati in Italia ricade di solito sulle problematiche che colpiscono più negativamente l’opinione pubblica. Si parla di omicidi, violenze carnali, rapine, traffico di esseri umani e di droga, favelas di immigrati in varie parti della città, sfruttamento della prostituzione di donne e minori. L’elenco è lungo e potrebbe continuare, ma è opportuno mettere da parte ogni tentazione di sentirci civilmente e moralmente superiori dato che gli italiani hanno esportato e stanno tuttora esportando in tutto il mondo la criminalità mafiosa.

Peraltro un fenomeno immigratorio così considerevole, che vede al 1° gennaio 2007 circa 3 milioni di stranieri residenti in Italia, non può contenere solo aspetti negativi. I dati ci mostrano che gli immigrati vengono di norma in Italia non per delinquere ma per lavorare, come emerge anche dal numero dei lavoratori extracomunitari assicurati all’Inps: nel 2003, ultimo dato disponibile, erano circa 1 milione e mezzo. Da questo dato emerge che gli immigrati rappresentano una risorsa importante per l’economia, anche perché, spinti dalle necessità quotidiane e dall’esigenza di mantenere il diritto di soggiorno, sono disposti ad accettare lavori non corrispondenti al loro grado di istruzione, ad alto tasso di precarietà, in settori usuranti e pericolosi e ad una retribuzione media inferiore del 37% a quella media dei lavoratori. Né può sostenersi che gli immigrati tolgono lavoro ai nostri giovani, che sono meno disposti ad accettare tali occupazioni. Le famiglie italiane del resto sanno bene che la stragrande maggioranza degli immigrati sono persone oneste e coscienziose, tanto da affidare loro quanto hanno di più caro e prezioso: le nonne, i bambini, gli animali domestici, la casa.

Vi è poi un valore aggiunto a questa disponibilità in quanto il lavoro viene svolto a prezzi bassi, che consentono anche alle persone a reddito medio di avvalersene. È pertanto indubitabile che dagli immigrati dipenda la qualità della vita di molte delle nostre famiglie. Tutto ciò dimostra che gli aspetti molto negativi del fenomeno immigratorio devono essere affrontati certamente con un sistema penale efficiente, ma prima di tutto con una saggia politica di inserimento e di integrazione.

Articolo pubblicato su E Polis Roma in data 17 ottobre 2007

Tagli sì,ma non sulla sicurezza

4 Ottobre, 2007

Abbattere gli sprechi e diminuire i costi della politica è il nuovo tormentone che agita i sonni dei politici. Tutti impegnati a tagliare le spese, tutti alla ricerca del consenso perduto. Considerevoli tagli vengono da una delibera del Consiglio regionale del Lazio, che nella manovra di bilancio varata alla fine dell’anno 2006 con decisione bipartisan ha previsto la riduzione da 24 a 12 del numero delle Commissioni consiliari. Il numero esorbitante delle Commissioni viene additato da molti politici regionali come uno dei motivi principali delle difficoltà di funzionamento dell’attività consiliare. L’inserimento dei consiglieri in più di una Commissione causa inevitabili ritardi nel lavoro quotidiano delle stesse.

 A distanza di nove mesi dalla citata delibera nulla però è cambiato. Il Consiglio regionale deve ancora decidere quali Commissioni eliminare e quali mantenere e un gruppo di lavoro apposito sta elaborando un progetto che possa ottenere il consenso più ampio. Per i consiglieri non sarà dunque indolore in quanto saranno tagliate drasticamente presidenze e vice-presidenze. Un prezzo che la politica regionale deve essere pronta a pagare, mettendo da parte gli equilibrismi partitocratrici e conservando le Commissioni che operano sulle tematiche istituzionali indispensabili. Incomprensibile è pertanto la proposta di abolire la Commissione speciale per la lotta alla criminalità proprio in questo periodo in cui è in corso un ampio dibattito, nato dalla spinta dei cittadini, su come affrontare i temi della sicurezza.

Il Consiglio regionale del Lazio non può dare un segnale così contrastante con le aspettative dei cittadini, che desiderano che il tema della sicurezza sia affrontato con iniziative e provvedimenti più validi anche a livello regionale. Nessuno comprenderebbe la soppressione di una Commissione i cui componenti per valutazione unanime hanno lavorato efficacemente, mettendo da parte le posizioni ideologiche e gli interessi di partito. Il passaggio delle competenze sulla sicurezza ad altra Commissione, gravata anche da altre funzioni, costituirebbe un grave danno per l’efficacia dell’azione regionale nel contrasto alla criminalità. E ciò renderebbe più profondo il fossato che separa i cittadini dalla politica.

Articolo pubblicato sul  giornale E Polis  Roma il 3-10-2007

Incendi, ci siamo già dimenticati

2 Ottobre, 2007

Nell’estate ormai passata molteplici incendi hanno provocato in varie regioni italiane morti, feriti e gravi danni a boschi, abitazioni civili, strutture turistiche e commerciali. Tutto sembra già dimenticato.

Ormai è superato il mito secondo cui gli incendi nascono quando fa molto caldo per autocombustione o per la disattenzione di chi getta mozziconi di sigarette accesi. In realtà il 90% degli incendi è di origine dolosa. Anche in relazione a tale fenomeno si può affermare che nel nostro Paese non mancano le norme idonee alla prevenzione e alla punizione dei responsabili, ma ne manca la concreta applicazione. Significativo è quanto succede nel Lazio alla legge n. 353 del 2000, che prevede che ogni Comune debba censire nel proprio territorio le aree percorse dal fuoco con apposito catasto. In concreto solo il 12% dei Comuni ha dato esecuzione a tale norma e pertanto ancora oggi la stragrande maggioranza dei Comuni si continua a privare dell’uso di un’arma importante per scoraggiare l’azione di quanti provocano incendi con l’intento di operare speculazioni legate all’edilizia, all’agricoltura o al rimboschimento.

Purtroppo anche a Roma a causa di un insufficiente livello di manutenzione e di controllo del territorio da parte degli Enti preposti alcuni parchi protetti, che dovrebbero essere considerati dei gioielli per la città, si trovano in una situazione che li espone a gravi rischi di incendio.

Così molti romani non si sono meravigliati quando il 6 agosto scorso si è sviluppato all’interno del parco del Pineto un grave incendio che ha devastato 10 ettari di verde, mettendo in pericolo anche alcuni palazzi del quartiere Balduina. Da tempo era stata segnalata una situazione di degrado all’interno del parco: molti cittadini lamentavano una insufficiente cura della vegetazione, l’ingresso nell’area protetta di auto e moto, la presenza di insediamenti abusivi di immigrati, che hanno l’abitudine di bruciare i loro rifiuti. Il rilevamento nel parco dopo l’incendio di molteplici punti in cui erano stati accesi dei fuochi conferma la necessità che i parchi romani vengano maggiormente e più efficacemente protetti da presenze illegali, che possono causare danni difficilmente reversibili al patrimonio verde della città.

Articolo pubblicato su E Polis Roma il 26 sett. 2007

Se le lucciole sono sotto casa

20 Settembre, 2007

Francesca e Laura (i nomi sono di fantasia ma i fatti sono veri) vivono in un palazzo di via dei Prati Fiscali, a circa 200 metri dall’incrocio con la Salaria. Hanno 6 e 9 anni e dalla finestra della loro abitazione vedono sul marciapiede di fronte uno strano spettacolo: ogni pomeriggio arrivano alcune ragazze vestite normalmente e di fronte ai passanti si spogliano fino a rimanere in biancheria intima, che non lascia nulla all’immaginazione. Molte sono giovanissime, alcune sembrano bambine. Estate e inverno lo spettacolo non cambia: si formano file di macchine vicine al marciapiede, il conducente parla con le ragazze, ne prende una a bordo e va a parcheggiare a circa 30 metri, di fronte a un vecchio cancello. Dopo alcuni minuti la ragazza esce dalla vettura e torna al punto di partenza.

Le bambine chiedono ai genitori: cosa fanno quelle ragazze? Da anni gli abitanti dei palazzi di via dei Prati Fiscali hanno presentato vari esposti alle forze dell’ordine. Ogni tanto intervengono volanti della polizia, chiamate dai cittadini esasperati anche dal rumore provocato dalle automobili in fila. Nulla però è cambiato. Tale realtà è diffusa in parecchi quartieri della Capitale e la visione dell’attività di prostituzione dai palazzi di civile abitazione è oramai uno spettacolo consueto.

Per scoraggiare il fenomeno circa un anno fa con grande enfasi da parte dell’amministrazione comunale sono state installate telecamere sulle strade maggiormente frequentate dalle prostitute. Il risultato è stato fallimentare, come avevo previsto all’epoca dalle pagine di questo giornale. E al Comune di Roma, cioè ai romani, quanto sono costate queste telecamere?

Adesso c’è chi propone parchi o quartieri a luci rosse. Da destra ci si oppone perché potrebbe somigliare a un’indiretta legalizzazione della prostituzione, da sinistra perché potrebbe significare la ghettizzazione delle prostitute. Quanti altri anni dovranno aspettare Francesca e Laura per non vedere più quello spettacolo dalle loro finestre? In attesa che le forze politiche si mettano d’accordo fra loro, suggerisco una proposta normativa per tutelare i diritti e la sensibilità delle famiglie romane: vietare l’attività di prostituzione nei pressi di abitazioni civili.

Articolo pubblicato su E Polis Roma il 19 sett. 2007

Non stigmatizziamo i lavavetri

20 Settembre, 2007

Durante lo scorso mese di agosto si è aperto un opportuno dibattito in sede politica sul tema della sicurezza. L’interesse è sembrato indirizzarsi verso le iniziative da intraprendere per un migliore contrasto alla criminalità mafiosa dato che la strage di Duisburg, derivante da una faida tra due famiglie della ‘ndrangheta originarie di San Luca, ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica che la criminalità organizzata controlla in Italia le risorse di buona parte del territorio.

Il dibattito invece si è improvvisamente ripiegato su fenomeni più marginali, dietro la spinta del clamore provocata dall’ordinanza del 25 agosto del Sindaco di Firenze. Con questa viene vietato l’esercizio del mestiere girovago di lavavetri e si stabilisce che l’inosservanza di tale disposizione è sancita ai sensi dell’art. 650 del Codice Penale, che punisce con l’arresto chi non osserva un provvedimento dato dall’Autorità.

Anche a Roma molti cittadini sono esasperati dal comportamento prepotente e minaccioso di alcuni lavavetri, che non si limitano a offrire un servizio ma cercano di imporlo.

D’altra parte non sembra giusto criminalizzare quanti in maniera educata svolgono questa attività per poter sopravvivere. Del resto il problema dei lavavetri non può risolversi con la minaccia di una denuncia per una contravvenzione, che la Cassazione con sentenza del 2002 ha già dichiarato non potersi applicare alle ordinanze sindacali che vietano l’attività di lavavetri. Inoltre se anche la denuncia per il reato di cui all’art. 650 C.P. o per una altra contravvenzione di nuovo conio avesse un seguito dibattimentale, la procedura sarebbe comunque destinata alla prescrizione dati i tempi biblici della nostra giustizia. Messe pertanto da parte le grida manzoniane, che cercano di tranquillizzare i cittadini senza alcun effetto pratico, si può comunque intervenire su due fronti: da una parte è necessario una migliore politica di controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine, attualmente ancora insufficiente rispetto alla necessità di intervento immediato di fronte a episodi di violenza o di minaccia, dall’altra è necessario agire nella consapevolezza che l’attività dei lavavetri è in parte controllata dalla criminalità organizzata, considerato il suo stretto legame con il fenomeno dell’immigrazione clandestina.

Articolo pubblicato su E Polis Roma il 12 sett. 2007

Campi per i Rom

14 Giugno, 2007

Col Patto per Roma Sicura, firmato lo scorso 18 maggio dal Ministro dell’Interno, dal Sindaco e dal Prefetto di Roma e dai Presidenti della Regione e della Provincia, si cerca di migliorare la convivenza dei cittadini romani con la popolazione Rom presente nella Capitale. L’accordo prevede la creazione di quattro grandi centri di accoglienza e la contemporanea eliminazione delle baraccopoli sorte in città.

La soluzione più efficace ai problemi inerenti la sicurezza originati da tali flussi immigratori consiste nel favorire i processi di regolarizzazione e integrazione. In tale prospettiva sembrano opporsi due rilevanti questioni: in primis la localizzazione dei quattro nuovi campi dovrà avvenire previo consenso dei residenti delle zone interessate. Non sarà facile ottenerlo e ogni forzatura in tal senso non potrà che nuocere a quei processi di integrazione che si cerca di affrontare.

Per evitare poi che i campi diventino centri di micro-criminalità, sovvenzionati col denaro dei cittadini, il lavoro dovrà proseguire per molti anni, controllando le presenze nei campi, le attività svolte dagli adulti, la frequentazione della scuola da parte dei giovani. Sarà in grado l’Amministrazione di assicurare tale duraturo impegno? Inoltre le stime più prudenti degli Enti interessati al fenomeno quantificano da circa 20mila a 30mila i Rom presenti nella Capitale: i campi  conterrebbero solo 4mila persone, cifra poco significativa, con il pericolo ulteriore di rappresentare un polo di attrazione per nomadi provenienti da altre parti dell’Italia e dalla stessa Romania, dove vi sono attualmente circa 2milioni di soggetti in potenziale partenza per l’Occidente.

La creazione dei quattro campi rischia pertanto di costituire un’approccio parziale alla questione della sicurezza, molto costosa per i cittadini e difficilmente digeribile dai residenti delle zone interessate. Considerando le dimensioni sovranazionali del fenomeno, la sua gestione politica deve avvenire in sede centrale da parte dello Stato con soluzioni non locali ed estemporanee. Lo Stato deve controllare meglio il territorio con una politica rigorosa sui documenti di identità e di soggiorno e con un censimento di tali presenze. È necessario far uscire la questione da una situazione di indeterminatezza che aumenta il senso di insicurezza dei cittadini.

Articolo pubblicato sul quotidiano E Polis Roma del 13 giugno 2007