Archivio per Giugno, 2007

La marcia dei No Coke

21 Giugno, 2007

Si è svolta nei giorni scorsi la marcia dei No Coke, movimento che protesta contro la riconversione a carbone della centrale termoelettrica di Tor Valdaliga Nord a Civitavecchia. La marcia ha simbolicamente collegato Tarquinia con Roma, ove al Ministero dello Sviluppo Economico sono state consegnate le richieste del movimento.

Le associazioni ambientaliste sostengono che il carbone usato a Civitavecchia produrrà dieci milioni di tonnellate di anidride carbonica: le polveri sottili diverranno causa di inquinamento dell’aria e del terreno e saranno fonte di tumori e danni al sistema nervoso e circolatorio. I sindaci di Tarquinia e Ladispoli hanno condotto un lungo sciopero della fame al fine di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sui rischi derivanti dalla riconversione della centrale. Si è trattato di una forte protesta, non usuale tra i sindaci, giunta fino a metterne in pericolo la salute. Recentemente il Consiglio comunale di Roma ha approvato all’unanimità una significativa mozione che impegna il sindaco, in qualità di primo responsabile della salute dei cittadini, a sostenere presso il governo progetti finalizzati alla produzione di energia da fonti rinnovabili per la centrale di Tor Valdaliga.

La questione infatti riguarda direttamente la Capitale in quanto le polveri sottili dalla centrale potrebbero raggiungere anche i cieli di Roma. La mozione sembra auspicare che il sindaco metta il suo rilevante peso politico nel convincere i ministri competenti a bloccare la ultimazione delle opere di riconversione della centrale. Non sarà facile dato che le opere di riconversione sono già al 60% e l’Enel e le altre ditte interessate hanno già agitato lo spauracchio della perdita di migliaia di posti di lavoro, derivante da un eventuale blocco dei lavori.

Bisogna però considerare che la vocazione turistica e agricola dell’alto Lazio sarebbe fortemente danneggiata dalla nuova fonte di inquinamento. Roma poi, che è ai primi posti tra le città italiane per la concentrazione di polveri sottili nell’atmosfera, vedrebbe ulteriormente compromesse le condizioni dell’aria. È augurabile che i ministri interessati prendano una decisione coraggiosa, puntando sulla produzione di energia pulita e così coniugando i diritti alla salute, al lavoro e ad un ambiente sano con i bisogni energetici del Paese.

Articolo pubblicato su EPolis Roma del 20-6-07

Campi per i Rom

14 Giugno, 2007

Col Patto per Roma Sicura, firmato lo scorso 18 maggio dal Ministro dell’Interno, dal Sindaco e dal Prefetto di Roma e dai Presidenti della Regione e della Provincia, si cerca di migliorare la convivenza dei cittadini romani con la popolazione Rom presente nella Capitale. L’accordo prevede la creazione di quattro grandi centri di accoglienza e la contemporanea eliminazione delle baraccopoli sorte in città.

La soluzione più efficace ai problemi inerenti la sicurezza originati da tali flussi immigratori consiste nel favorire i processi di regolarizzazione e integrazione. In tale prospettiva sembrano opporsi due rilevanti questioni: in primis la localizzazione dei quattro nuovi campi dovrà avvenire previo consenso dei residenti delle zone interessate. Non sarà facile ottenerlo e ogni forzatura in tal senso non potrà che nuocere a quei processi di integrazione che si cerca di affrontare.

Per evitare poi che i campi diventino centri di micro-criminalità, sovvenzionati col denaro dei cittadini, il lavoro dovrà proseguire per molti anni, controllando le presenze nei campi, le attività svolte dagli adulti, la frequentazione della scuola da parte dei giovani. Sarà in grado l’Amministrazione di assicurare tale duraturo impegno? Inoltre le stime più prudenti degli Enti interessati al fenomeno quantificano da circa 20mila a 30mila i Rom presenti nella Capitale: i campi  conterrebbero solo 4mila persone, cifra poco significativa, con il pericolo ulteriore di rappresentare un polo di attrazione per nomadi provenienti da altre parti dell’Italia e dalla stessa Romania, dove vi sono attualmente circa 2milioni di soggetti in potenziale partenza per l’Occidente.

La creazione dei quattro campi rischia pertanto di costituire un’approccio parziale alla questione della sicurezza, molto costosa per i cittadini e difficilmente digeribile dai residenti delle zone interessate. Considerando le dimensioni sovranazionali del fenomeno, la sua gestione politica deve avvenire in sede centrale da parte dello Stato con soluzioni non locali ed estemporanee. Lo Stato deve controllare meglio il territorio con una politica rigorosa sui documenti di identità e di soggiorno e con un censimento di tali presenze. È necessario far uscire la questione da una situazione di indeterminatezza che aumenta il senso di insicurezza dei cittadini.

Articolo pubblicato sul quotidiano E Polis Roma del 13 giugno 2007

Mobbing questo sconosciuto

6 Giugno, 2007

Parlando di sicurezza e salute sul lavoro, di solito si fa riferimento alle morti bianche e agli infortuni. Vi è anche un’altra area che ha assunto una notevole rilevanza negli ultimi anni, costituita dal mobbing. Tale termine, che deriva dall’inglese To Mob e cioè “aggredire in gruppo”, viene utilizzato negli anni ’80 dallo studioso Hans Leymann per definire una situazione sistematica di terrorismo psicologico nell’ambiente di lavoro. Il termine viene usato principalmente per definire le condotte di un datore di lavoro o di un superiore gerarchico volte ad aggredire un lavoratore attraverso vessazioni ripetute nel tempo con carattere persecutorio tali da cagionare danni alla salute e diminuirne i livelli di professionalità. Si parla in tali casi di mobbing verticale. Vi è anche un mobbing definito orizzontale attuato dal collega verso il collega. I motivi di tali condotte sono individuabili nella competizione e nell’invidia. Vi è inoltre un mobbing usato dall’azienda con la finalità di allontanare lavoratori in esubero o che creano problemi allo scopo di indurli alle dimissioni. Risale a qualche giorno fa la notizia di una sentenza che ha imposto ad una Università romana un risarcimento di 200 mila Euro a favore di un ricercatore vittima di una illegittima emarginazione nel posto di lavoro. Secondo l’associazione che lo difendeva il ricercatore aveva denunciato in precedenza errori diagnostici nelle analisi istologiche sui tumori. Le persone colpite dal mobbing sono per lo più lavoratori con alta professionalità e dalle molteplici esperienze lavorative. La situazione di attuale carenza e precarietà del lavoro con conseguente ricatto occupazionale ha determinato una esponenziale crescita del fenomeno. Secondo uno studio della Fondazione Europea delle condizioni di vita e del lavoro l’8% dei lavoratori dell’UE, pari a 12 milioni di persone, già nell’anno 2000 era stato vittima di vessazioni sul posto di lavoro. In Italia attualmente si stimano in circa 2 milioni i sottoposti a condotte di mobbing di vario livello con una percentuale più alta di denunce registrata nel pubblico impiego dove il lavoratore ha meno timore di perdere il lavoro. La gravità e la diffusione del fenomeno impone oggi che il legislatore definisca una fattispecie tipica di mobbing punita anche con sanzioni di carattere penale.

Articolo pubblicato su E Polis Roma del 6 giugno 2007